Cosa non dire a una mamma

Le mamme raccontano. Sempre. Qualsiasi esperienza che riguarda l’attesa, la gravidanza, il parto, con tutte le gioie, le preoccupazioni, le paure, viene ricordata per sempre e raccontata. Si tratta di momenti particolari, unici nella vita, intensi, in cui tutto rimane impresso nella mente, anche i più piccoli dettagli e, soprattutto, le parole.

Le parole sono importanti. Quando va tutto bene, quando non ci sono problemi, quando l’attesa si conclude felicemente con un bimbo sano tra le braccia, e ancora di più quando invece le cose non vanno così bene, quando il lieto fine non si verifica e le parole si imprimono nella memoria e pesano come macigni.

Per molte persone l’aborto è una perdita di cui non si vuole parlare.

Soprattutto se avviene precocemente è un lutto invisibile, tutto avviene nel corpo della donna, all’esterno non si vede nulla, la pancia non c’è ancora, non si vedono segni esteriori della sofferenza, non c’è un corpo da piangere. È quindi semplice per chi sta intorno fingere che non sia accaduto nulla e spingere la donna a dimenticare (come se fosse possibile!), ad andare avanti (verso dove?!?), a non pensarci (come se fosse una cosa possibile!).

Ecco allora che vengono pronunciate parole che non solo non sono di nessun conforto a chi ha appena vissuto una perdita devastante come quella di un figlio ma anzi feriscono, fanno male, fanno sentire incompresi e spingono ad isolarsi nella convinzione che nessuno possa capire il proprio dolore.

“Era solo un ammasso di celluline…”                                                                                                                                                                                   Forse per voi, per me era il mio bimbo, già vestito con la sua tutina rossa…

“Per fortuna ne hai già uno!”                                                                                                                                                                                                     Vero, ho un bimbo meraviglioso, ma non sostituisce questo che ho portato dentro di me, che ho voluto e desiderato e che non conoscerò mai…

“Non pianga! Succede alla maggioranza delle donne in età fertile, molte non se ne accorgono neppure!”                                                 E quindi? Mal comune mezzo gaudio?!? Perché minimizzare? Questo bimbo è forse insignificante, meno importante, meno amato?!?

“Meglio prima che dopo!”. “Almeno non era nato!”                                                                                                                                                 Peccato che l’amore non si misura in settimane di attesa o in cm e kg alla nascita. Non c’è differenza fra un esserino concepito e perso dopo poche settimane, un bimbo partorito morto o che muore appena natoappena nato, oppure da adolescente o in età adulta. Il dolore, la perdita, il lutto sono devastanti in ogni caso.

“Per fortuna è successo adesso, non ti puoi essere già affezionata!”                                                                                                                        Un figlio nasce nella mente, come un pensiero dolce che si condivide con il partner e si concretizza con un atto d’amore. Un figlio nasce al momento del concepimento, e con lui nasce una mamma che si innamora immediatamente ed inizia con lui una relazione che non finirà mai.

“Sei così forte! Non so se sopravviverei se succedesse a me!”                                                                                                                                    Credete davvero che mi sia stata data la benché minima possibilità di scegliere?!?

Per non parlare dei tecnicismi del linguaggio medico, così freddo, dietro i quali purtroppo ancora troppi operatori sanitari si nascondono, forse per distanziarsi dalla sofferenza dei genitori ma dimenticando che le parole hanno un peso. Sottolineare che, essendo nato e morto prima delle 24 settimane, non si tratta di un bambino ma di un aborto è, ad esempio, una grande dimostrazione di insensibilità che crea ulteriore sofferenza inutile ed evitabile.

Basterebbe comprendere che si è genitori, si è madri, si è padri anche con le braccia vuote, perché quei figli sono stati pensati, immaginati, vissuti, amati.

Basterebbe comprendere che un figlio è tale indipendentemente dalla sua età, indipendentemente dall’essere nato oppure no, indipendentemente da come la burocrazia ospedaliera lo voglia chiamare. Perderlo è un lutto, una realtà difficile da accettare, ed è importante comprendere che i genitori hanno bisogno del supporto di persone sensibili.

Una madre in lutto ha bisogno di avere intorno persone che sappiano stare accanto al suo dolore, che sappiano accettarlo, senza offrire consigli non richiesti, senza dirle come dovrebbe sentirsi, senza raccontare come ha reagito l’amica dell’amica. Che sappiano rimanere in silenzio, che sappiano abbracciare, che siano in grado di ascoltare i pianti, le urla, le imprecazioni contro la vita ingiusta e, se proprio vogliono parlare, siano capaci di limitarsi a frasi che non feriscano i genitori.

Frasi supportive e apprezzate come:

“Mi dispiace.”

“Ti/vi voglio bene.”

“Sono triste per te/voi.”

“Non so cosa dire ma ci sono per te/voi.”

“Come stai?”

“Prenditi tutto il tempo che ti serve.”

“Deve essere davvero difficile per te/voi.”

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