Parliamo di morte

Sì, avete capito bene. Su questo sito non è tabù parlare di morte e di lutto, in particolare di lutto prenatale e perinatale, di bambini nati e morti, che si sono affacciati alla vita solo per un attimo e sono volati via chissà dove e chissà perché. 

Per quanto alle persone ripugni parlare della morte di bimbi non ancora o appena nati, è assolutamente necessario rompere il silenzio che circonda il lutto perinatale, per il bene di tutti quei genitori che lo stanno vivendo e si ritrovano soli, ignorati e inascoltati perché la società che li circonda è incapace di essere loro di supporto. 

Non si tratta di essere tristi o morbosi, anzi.

Si tratta di portare luce negli angoli volutamente lasciati nell’oscurità, a causa del tabù sociale che vieta di parlare di morte. 

Si tratta di dar voce a emozioni e pensieri solitamente inespressi e inascoltati. 

È difficile, lo so, ma è molto importante farlo. 

In realtà di morte si parla ogni giorno, su giornali e televisione, pur senza parlarne mai veramente. Si riportano le storie delle vittime del terrorismo, delle guerre, dei naufragi nel Mediterraneo, della violenza di genere o degli omicidi stradali, ma lo scopo è solo quello di fare audience e richiamare spettatori, spettacolarizzando il dolore senza fermarsi un attimo a comprenderne il senso. 

Qui, invece, il mio scopo è quello di creare una occasione di riflessione sulla più importante caratteristica della vita umana, la finitudine, la certezza della fine, che ci differenzia da tutte le altre specie animali, ma di cui non teniamo mai conto in riferimento alle nostre vite personali. Viviamo immersi nel mito dell’eterna giovinezza, del non invecchiare, del restare giovani, sani, sportivi, negando malattia e morte. E questo vale per noi adulti ma ancora di più per i nostri bimbi, già nati o ancora nel grembo materno. 

Sì, perché se già pensare alla morte in età avanzata è difficile, pensare a quella dei bambini risulta spesso totalmente inconcepibile e intollerabile. 

I motivi sono chiari ed ovvii: non riusciamo ad accettare una fine così drammaticamente vicina all’inizio. Per ogni bimbo in procinto di venire al mondo immaginiamo una vita felice e ricca di tutti quegli avvenimenti pubblici e privati che solitamente la riempiono di significato. È umano e comprensibile.

Purtroppo però la morte accade comunque e il silenzio che la circonda non le impedirà di arrivare ma contribuirà, invece, a rendere ancora più devastante il dolore di chi comunque deve affrontarne le conseguenze.

A riprova di questa incapacità sociale di affrontare la morte, le ricerche e le analisi presentate da The Lancetnella sua serie dedicata alla morte in utero (http://www.thelancet.com/series/stillbirth), dimostrano quanto questa sia stata trascurata dalla Sanità Pubblica a livello mondiale, nonostante esistano soluzioni, già note o innovative, per prevenirla.

Ogni giorno, purtroppo, secondo i dati dell’OMS (http://www.epicentro.iss.it/itoss/EpidMortPerinatale.asp) più di 7.300 bambini muoiono in utero, proprio quando i genitori si preparano ad accogliere la loro nuova vita. Ognuna di queste morti rappresenta una famiglia devastata dalla perdita di un figlio ma anche di un sogno, di un futuro fatto di aspettative e possibilità. Eppure tutte avvengono nel silenzio e nell’indifferenza.

Il riconoscimento del lutto dei genitori è un’acquisizione recente e non uniformemente diffusa, le cerimonie funebri sono una rarità e un’indagine condotta tra operatori sanitari e genitori in 135 paesi diversi mostra come gran parte dei bambini morti in utero vengano allontanati dai genitori senza riconoscimento e imposizione del nome, né rituali funebri, e senza neppure la possibilità per loro di tenerli in braccio o vestirli.

Per questo motivo è necessario oggi parlarne. 

Perché la perdita di ognuno di questi bambini è un lutto e come tale dovrebbe essere riconosciuto, in qualsiasi momento della gestazione avvenga. Un aborto spontaneo nelle prime settimane di gravidanza ferisce quanto una perdita che avvenga molto più avanti o durante il parto, pur avvenendo in modo diverso, perché il bimbo che se ne va è già stato pensato, immaginato, protetto, amato e si è già instaurato con lui un forte legame di attaccamento. 

Il silenzio che circonda la morte di questi bimbi può e deve essere rotto, affinché sia possibile ascoltare le voci dei genitori che raccontano le loro storie e quelle dei loro bimbi ed essere loro di supporto nel lungo percorso che li porterà all’integrazione del lutto nelle proprie vite ed al recupero di una nuova serenità. 

Su questo sito, insieme, possiamo dare voce all’indicibile, possiamo fare luce su un lutto ignorato, possiamo immaginare sentieri percorribili per arrivare a una nuova e diversa serenità e a una nuova progettualità per il futuro.

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