Cosa c’è di sbagliato in me?

Non so quante persone, ogni giorno, si fanno questa domanda.

Nei primi giorni dopo la perdita di una persona cara difficilmente ce lo chiediamo. Siamo troppo sconvolti, troppo sopraffatti dal dolore per anche solo pensare di non essere gli unici al mondo a vivere un tale sconvolgimento. Ma più tardi, più avanti nel tempo, quando già penseremo di essere riusciti, tutto sommato, a sopravvivere, in un giorno qualunque, all’improvviso, la nostalgia, la mancanza e il dolore torneranno potenti a sommergerci, lasciandoci impotenti e in lacrime di fronte a quella foto spuntata dal cassetto. 

Ecco, in quel momento questa domanda potrebbe irrompere violentemente nella nostra mente. Potremmo chiederci: perché ancora stiamo piangendo? Perché non abbiamo ancora elaborato? Cosa c’è di sbagliato in noi? Stiamo vivendo il lutto nel modo giusto?

Tempo fa, una mamma con gli occhi pieni di lacrime mentre osservava un allegro corteo di bimbi vocianti che, accompagnati dalle loro educatrici, andavano a giocare ai giardinetti pubblici, mi chiese proprio cosa ci fosse di sbagliato in lei. Non capendo il perché di quella domanda, posta in quel preciso momento, le chiesi perché pensasse di avere qualcosa di diverso e “non normale”. La risposta fu per me illuminante, tanto quanto sconvolgente. Vi spiego perché.

Quella mamma mi rispose di aver perso il suo bambino tre anni prima, per cui avrebbe avuto l’età di quei bimbi ansiosi di correre e scatenarsi sui giochi del parco pubblico, la cui vista aveva scatenato in lei una ondata di cocente mancanza di tutto ciò che avrebbe potuto essere e non era stato. Le lacrime erano sgorgate, inarrestabili, lì, in mezzo alla strada, e lei si/mi chiedeva perché dopo tre anni la sua sofferenza fosse ancora così forte, perché ancora piangeva e poi, con mia grande sorpresa, perché non si era arrabbiata per la morte di suo figlio.

Per comprendere questa domanda e la sofferenza psicologica che scatena, occorre comprendere alcuni dei comuni pregiudizi e convinzioni riguardanti il lutto.

Per cominciare, occorre dire che, anche a livello di ricerca, non c’è un modo univoco di considerare il lutto ed il suo manifestarsi nel tempo. C’è chi dice che non esista un unico percorso possibile ma, anzi, il lutto di ogni singola persona sia come un territorio non mappato, da scoprire e da salvaguardare come modalità personale di adattamento ad una data situazione in un dato contesto. Ci sono altri che, al contrario, ipotizzano una mappa universale del lutto ed etichettano le persone che percorrono itinerari alternativi come “anormali” o “patologiche”, ad esempio quando sostano troppo a lungo in un punto della mappa o non vogliono seguire il sentiero suggerito da altri e, quindi, non raggiungono la destinazione finale prestabilita.

Inoltre, occorre considerare o, meglio, ri-considerare il diffusissimo mito degli “stadi del lutto”, secondo il quale le persone devono attraversare alcune tappe precise – il diniego, la rabbia, il patteggiamento, la depressione e l’accettazione – e che distorce la nostra comprensione di questo fenomeno così complesso. È importante dire che, attualmente, la ricerca contemporanea non supporta questa teoria degli stadi che, in realtà, non si è mai basata sulla ricerca sul lutto. Elizabeth Kübler-Ross, infatti, introdusse nel 1969 questo suo modello teorico dopo aver a lungo osservato i morenti e le loro dinamiche, messe in campo per affrontare il fine vita. Immediatamente dopo altri estrapolarono il modello dal suo contesto di sviluppo e lo applicarono al lutto. Successivamente Questa idea ebbe una enorme diffusione, al punto di essere ormai conosciuta dalla maggior parte delle persone a livello superficiale ed essere considerata assolutamente corretta.

La realtà è, invece, che non tutte le persone attraversano tutti questi stadi, né li attraversano in modo lineare o con tempi prestabiliti, e che non esiste neppure una chiara fine del lutto, un cartello di fine percorso che rassicuri sull’averlo superato. Il lutto è un viaggio tortuoso, che cambia ad ogni momento, che ci stupisce con le sue improvvisazioni e a volte ci sommerge con le sue onde in un qualsiasi momento della vita. Ciò che cambierà nel tempo saranno la sua intensità, i suoi colori, le sue manifestazioni visibili e non, ma, se abbiamo amato qualcuno tanto da soffrire profondamente per la sua perdita, questo dolore non avrà una fine, così come non ha una fine l’amore. 

Quanto tempo ci vuole per innamorarsi e in quale modo bisogna farlo?

Domanda stupida, vero?

Allora perché dovrebbero esistere un tempo e un modo uguali per tutti per vivere il lutto di chi abbiamo amato?

Quella mamma in lacrime sentirà sempre la mancanza del suo bambino, ma il suo dolore viene ingiustamente aumentato dalla sofferenza del sentirsi “diversa” e “sbagliata” perché non ha rispettato il rigido percorso degli stadi, non ha provato la prevista rabbia e, invece, piange ancora dopo tre anni, per cui non è stata brava a elaborare e raggiungere la meta finale. Tutto questo sarebbe evitabile. Dovrebbe essere evitato.

Mai come oggi è importante smascherare i falsi miti sul lutto e riconoscere l’importanza fondamentale di una educazione alle perdite e alle emozioni ad esse collegate, fin da bambini, per riappropriarsi del diritto di soffrire e di esprimere i propri sentimenti nel modo più consono a sé e alla propria storia di vita. 

Perché mai come oggi? Perché la spinta forte alla medicalizzazione di ogni sfera della vita umana, iniziata già dal secolo scorso, non accenna a fermarsi, anzi, e influenza anche tutto ciò che circonda la morte e il lutto, erodendo a poco a poco la sua “normalità” e trasformandolo in malattia che richiede una cura.

Fino al 2013, anno in cui è stata rilasciata l’ultima versione del DSM5 (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders), il lutto era sempre stato considerato una eccezione all’interno dei criteri utilizzati per la diagnosi della Depressione Maggiore, in quanto condivide con essa molti dei sintomi ma, proprio per il fatto che tali sintomi fossero la conseguenza della perdita di una persona significativa, erano considerati “normali” e “attesi”, cioè fisiologici in quanto risposta a un evento traumatico.

Il DSM5, purtroppo, ha eliminato questa visione del lutto come evento normale ed ha aperto le porte alla possibilità che moltissime persone siano considerate “inspiegabilmente sconvolte” dalla morte di qualcuno e per questo ricevano una diagnosi di disturbo mentale e siano curate con farmaci. Uno scenario, a mio avviso, spaventoso.

Non stupisce, perciò, che le persone si pongano domande sul proprio lutto, si chiedano: Sono normale? Lo sto vivendo nel modo giusto? Sto facendo le cose nel modo previsto? È la diretta conseguenza del tentativo della società di forzarle tutte ad usare la stessa mappa nel percorso e di giudicarle se non lo fanno.

Il lutto può assumere tanti aspetti. Può essere doloroso e implacabile. Talvolta può essere dolce. È imprevedibile, misterioso e profondo. Ha davvero tante sfumature, ma NON È una malattia. Se lo consideriamo tale neghiamo la sua normalità, neghiamo le differenze nei diversi modi di affrontarlo, che sono tanti quanti le persone che lo vivono, neghiamo la libertà di scegliere come attraversarlo.

Per questo, come dissi quel giorno a quella donna in lacrime, non mi stancherò di ripetere che “No, non c’è nulla di sbagliato in te”.

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