Quando nasce un papà?

I papà, purtroppo, ancora oggi, nonostante i grandi cambiamenti degli ultimi decenni, si trovano in una posizione un po’ scomoda e ambigua: da un lato si richiede loro di essere figure forti, di supporto, in grado di prendersi cura della famiglia sotto tutti i punti di vista, mentre dall’altro si pretende che siano in contatto con la propria parte emotiva, che si emozionino e che sappiano prendersi cura di un neonato come una balia esperta.

Ricordo che, ormai più di 33 anni fa, quando nasceva il mio primo figlio, suo padre era molto arrabbiato e dispiaciuto del fatto che nessuno lo prendesse in considerazione, né le infermiere del reparto maternità, né i conoscenti che chiedevano di me senza mai complimentarsi con lui per essere diventato padre.

Allora gli uomini coinvolti nella gravidanza della compagna, disposti ad entrare in sala parto e a prendersi concretamente cura del neonato erano ancora relativamente pochi, ma anche oggi la situazione non è cambiata moltissimo. 

I papà sono ancora una categoria strana, poco riconosciuta; si muovono come funamboli tra le richieste del nuovo ruolo che la società chiede loro di ricoprire e la reale possibilità di farlo.

È certamente innegabile che la figura paterna abbia subito negli ultimi decenni una trasformazione epocale, che ha permesso ai padri, prima distanti e distaccati, di divenire attori centrali nella realtà familiare, con nuovi compiti e nuove responsabilità. 

Questo ha avuto risvolti molto positivi: per i bambini, il cui sviluppo è arricchito dalla possibilità di avere due modelli di riferimento da cui apprendere, per le mamme che possono beneficiare di un sostegno, sia pratico che morale, nell’accudimento e nell’educazione dei figli, e per gli stessi papà, che possono godersi la gioia di essere presenti e partecipi nella loro crescita.

Ma, nonostante tutti questi cambiamenti, alcuni aspetti sociali continuano a non cambiare. Ad esempio, la maggior parte dei corsi preparto sono riservati esclusivamente alle future mamme, con solo un paio di incontri in cui i papà sono invitati, di solito per visionare il filmato di un parto e visitare la sala parto. Dai padri ci si aspetta che sappiano cosa fare, come sostenere la loro compagna, come aiutarla ad affrontare il travaglio, perché ormai ci si aspetta che siano coinvolti, ma, nella realtà, troppo spesso non hanno la minima idea di ciò che dovranno affrontare, perché nessuno si è preoccupato di renderli partecipi e di prepararli a questo momento.

E anche dopo il parto la dinamica rimane invariata: hanno il dovere di esserci, ma senza sapere come farlo. Anzi, spesso sono ancora tenuti a distanza dal neonato da uno stuolo di nonne o zie invadenti, ritenuti incapaci e maldestri e… anche un po’ inutili perché non allattano. 

Con tali premesse, non stupisce che, a volte, vadano in crisi, a causa anche della mancanza di modelli a cui ispirarsi, perché il ruolo dei loro padri era ben diverso, e della conseguente necessità di improvvisare, con risultati non sempre soddisfacenti. È evidente che, spesso, capiti loro di uscirne sconfitti, invisibili e disconfermati.

Ma come si diventa padri?

Secondo alcuni ricercatori, diventare padre è un fenomeno biologico esattamente come diventare madri.

In uno studio, pubblicato nel 2011, alcuni ricercatori hanno evidenziato cambiamenti ormonali e modificazioni cerebrali in 465 uomini che avevano avuto figli durante i 5 anni della ricerca, che ne coinvolgeva in tutto 624.

Secondo i risultati di questo studio, infatti, i livelli di testosterone negli uomini si abbassano subito prima o subito dopo la nascita del primo figlio, con un calo del 34% in media rispetto a coloro che erano rimasti single o comunque non avevano avuto figli. Contemporaneamente, si evidenzia anche un aumento degli ormoni che aiutano a creare un legame, come l’ossitocina e la dopamina, nonostante non sia ancora del tutto chiaro il motivo.

Per quanto riguarda le modificazioni cerebrali, le aree del cervello che si attivano sia nei padri che nelle madri, e non potrebbe essere diversamente, sono quelle legate all’affetto, all’empatia e alla capacità di reagire al comportamento del bambino, che consentono di legare emotivamente con lui. 

Il cervello, in questo caso, svolgerebbe un ruolo di facilitatore, sia prima che dopo la nascita del bambino, di quel percorso fondamentale che porta noi umani a trasformarci in genitori.

Secondo un altro studio, condotto da neuroscienziati israeliani, le aree del cervello che si attivano maggiormente sono diverse per madri e padri. Per le mamme, si tratta di quelle più vicine al nucleo del cervello, che regolano i processi di accudimento, nutrizione e riconoscimento del pericolo. Per i padri, sono, invece, quelle della superficie esterna del cervello, che coinvolgono le funzioni più cognitive come il pensiero, gli obiettivi, la pianificazione e la capacità di risolvere i problemi, e causano un aumento della capacità d’attenzione non appena compare la responsabilità di essere padri.

Alla luce di questi studi, se potessi, mi sentirei di “consolare” i neopapà un po’ in difficoltà, dicendo loro che l’evoluzione li ha preparati a diventare genitori proprio come ha preparato le madri.

Quali sono i cambiamenti visibili nei padri?

Al contrario di quanto accadeva nelle generazioni precedenti, adesso gli uomini si fanno più carico dei neonati, li cambiano, li nutrono se necessario, li cullano, li portano in fascia, ai controlli dal pediatra e giocano con loro. 

Questo non accadeva 30/40 anni fa, quando i padri non spingevano neppure le carrozzine perché non era “da uomo”, figuriamoci cambiare un pannolino! Ma anche oggi, il percorso verso la paternità, così come quello verso la maternità per altri motivi, non è così lineare e privo di intoppi e difficoltà. 

Qualcuno entra immediatamente in modalità “protezione” trattando la compagna come se fosse di vetro fin dal test positivo, altri cominceranno a sintonizzarsi sulla presenza di un altro essere umano solo alla comparsa del “pancione”, altri ancora avranno bisogno di ancora più tempo e raggiungeranno la piena consapevolezza di essere padri solo quando il loro bambino comincerà a interagire con loro.

Quello che è certo è che, quando questo accadrà sarà evidente a tutti quanti attorno, perché cambierà radicalmente il suo punto di vista sulle cose, su se stesso, sulla vita.

Contrariamente a ciò che solitamente dicono gli amici, più che cambiare la vita e cambiare il carattere della persona, la paternità cambia il modo in cui quella persona, quell’uomo concepisce sé stesso e la vita che sta vivendo. Per quanto sia difficile da comprendere per gli amici scapoli, quando un neonato apre i suoi occhi sul mondo, l’uomo che lo ha generato non cambia improvvisamente la propria natura ma, semplicemente, sposta il proprio sguardo da sé stesso e abbandona la precedente prospettiva autoriferita per potersi concentrare sul proteggere il proprio figlio.

Spesso capita che ci sia una sorta di confusione dei ruoli fra i due genitori, che fa sì che il papà si trasformi in una sorta di “mammo”, in una sorta di copia/sostituto della mamma, equivocando sulla vera essenza delle richieste sociali di presenza e accudimento.

È, invece, molto importante che fin dalla nascita il papà abbia il ruolo che gli spetta perché, come è vero che di mamma ce n’è una sola, è altrettanto vero che anche il papà è unico, per cui va immediatamente favorito quel contatto primordiale tra padre e figlio che farà sì che l’uno prenda consapevolezza e si assuma la responsabilità del proprio nuovo ruolo, e l’altro avverta fin da subito quella presenza che sarà essenziale nella sua vita futura. Un padre è uno scudo che difende dai pericoli ma anche un’apertura attraverso cui scoprire il mondo: la sua assenza o la sua presenza influenzeranno la vita di un figlio per sempre. 

L’uomo che era prima di avere un figlio esiste ancora, spesso rivendica, in modo sano, i suoi spazi andando a giocare a calcetto, perché il tempo per sé è importante, o insistendo per portare la mamma fuori a cena, perché il tempo per la coppia è importante. Ma, altrettanto spesso, il padre che è ora si scioglie guardando il suo cucciolo dormire, si inorgoglisce per ogni piccolo progresso e immagina un futuro di successi per quell’esserino che gattona ai suoi piedi.

Effetti collaterali

I cambiamenti nel ruolo paterno di cui abbiamo parlato finora, oltre a generare molteplici effetti positivi negli equilibri familiari, hanno portato anche, purtroppo, allo sviluppo di fenomeni di depressione post-parto anche negli uomini.

Al contrario di quanto si è creduto finora, non si tratta di un problema solo femminile ma di un disturbo che può colpire anche gli uomini, la cui incidenza tra i padri con figli di età inferiore ai 15 mesi è spesso sottovalutata.

Uno studio, pubblicato su JAMA Pediatrics, ha evidenziato che tra il 2% e il 25% dei padri ne soffrono, prevalenza che aumenta fino al 50% se anche la madre è depressa. Altri studi parlano di percentuali diverse, ma è indubbio che si tratti di un disturbo presente e evidente e che valga la pena di studiarlo. 

Il fattore ormonale è, ovviamente, assente, per cui la depressione sembra dovuta a un sovraccarico emotivo e di solito si manifesta dopo la nascita del bambino o nella sua imminenza. È, inoltre, indipendente dal fatto che in gravidanza il futuro padre si sia mostrato coinvolto e partecipe. La prospettiva futura del parto che, improvvisamente, diventa un impegno imminente, una data precisa, o il figlio immaginato che diventa un bimbo reale, vivo e presente possono essere cambiamenti impegnativi da affrontare.

Esistono dei campanelli d’allarme di cui tenere conto:

  • mancanza di interesse e gusto per le attività della vita quotidiana, 
  • senso di inadeguatezza, 
  • tristezza e apatia, 
  • insonnia,
  • calo dell’appetito,
  • tendenza a isolarsi,
  • nascondere il disagio.

Un altro fattore determinante è l’aspettativa nei confronti del partner e della situazione. Prima della nascita si tende a pensare che l’altro sarà un buon genitore e che tutto andrà bene, ma se al dunque qualche cosa va storto, l’impatto sulla coppia può essere destabilizzante. Se la coppia è fragile, se l’uno o l’altro partner ha dei problemi ad adattarsi al cambiamento, è importante che l’altro sia in grado di supportarlo e capace di accogliere le imperfezioni di entrambi. 

Per concludere…

Quindi, quando nasce un papà? 

Considerando che ogni uomo porta dentro di sé una catena infinita di altri padri e di esperienze passate, è difficile stabilirlo, ma è sicuro che quel momento arriva per tutti. 

Il percorso non è mai lineare. Molti si rifiutano di entrare in sala parto o di aiutare all’inizio, magari convinti dalla propria cultura che bisogna essere autoritari e distanti. Altri, davanti ad estranei sono orgogliosi di tenere il neonato come un trofeo mentre in casa se ne disinteressano completamente. Alcuni si trasformano in mammi, accudenti e teneri, quasi in concorrenza con la mamma, mentre altri oscillano tra esserci troppo e non esserci mai, perché sono ancora molto confusi. 

Alcuni non saranno mai padri, per scelta o per paura. 

Come sempre, non esistono ricette, non esistono manuali. La realtà è che fare il padre è difficile, spesso si va fuoristrada, ma la forza, le debolezze e l’umanità che un uomo mette nel cercare di farlo al meglio sono l’insegnamento più grande che può dare a suo figlio. E non è poco.

Se vogliamo che i papà possano davvero assumere in pieno il loro ruolo, che si prendano nuove responsabilità, che si riconoscano nel ruolo educativo positivo e propositivo che gli compete, è necessario prima di tutto dar loro la possibilità di sperimentarsi e di credere nella propria capacità di riuscirci.

E se sbagliano, non giudichiamoli incapaci, ma cerchiamo insieme di capire come mai sia successo, senza aspettarci che agiscano come una mamma: loro sono i papà, ed è proprio questo che il loro valore aggiunto alla genitorialità, che migliora sia la relazione che le esperienze di crescita dei bambini.

Quindi, papà, sappiate che noi donne capiamo che è difficile, che talvolta, come noi, non sapete dove sbattere la testa, che è molto complicato essere un padre  oggi. Sappiate che il vostro appoggio per noi è essenziale, anche se spesso non lo diamo a vedere, e, soprattutto, sappiate che voi padri, come noi mamme, siete preparati evolutivamente per entrare in sintonia con il vostro bambino.

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